Immaginiamo di essere pazienti in dialisi, persone già provate da una malattia cronica che richiede terapie costanti e invasive. Già vivere di dialisi significa destreggiarsi fra orari rigidi, effetti collaterali e tante decisioni mediche complesse. In questo contesto di vulnerabilità, scoprire che qualcuno – proprio chi dovrebbe curarci – potrebbe approfittare di noi per interesse personale fa doppiamente male. La notizia di un primario accusato di dirottare pazienti verso cliniche private per profitto suona allarmante, perché tocca un nervo scoperto: i malati gravi hanno poca energia per difendersi e devono poter confidare nella trasparenza del sistema sanitario. Vediamo allora cosa è successo a Roma in questo caso di cronaca, e riflettiamo su cosa significhi per i pazienti tutelare i propri diritti, senza generalizzare colpe ma con la giusta prudenza e consapevolezza.
Il caso di Roma: cronologia essenziale
A Roma, ai primi di dicembre 2025, è scoppiato un caso giudiziario che coinvolge Roberto Palumbo, primario del reparto Nefrologia e Dialisi dell’ospedale pubblico Sant’Eugenio (ASL Roma 2). Il medico è stato arrestato in flagranza il 4 dicembre 2025, colto mentre intascava una busta con circa 3.000 euro appena consegnatagli da un imprenditore del settore dialisi . Contestualmente è stato fermato e poi arrestato ai domiciliari anche l’imprenditore, Maurizio Terra, figura attiva nella gestione di cliniche di dialisi (risulta essere amministratore unico della società privata Dialeur) . L’ipotesi degli inquirenti è corruzione: secondo la Procura, il primario avrebbe ricevuto denaro e altri favori in cambio di favorire determinati centri privati convenzionati, indirizzando lì i pazienti in dialisi dimessi dall’ospedale pubblico .
Le autorità hanno confermato che l’indagine è ampia: sono circa 12 persone indagate oltre a Palumbo, includendo presumibilmente altri imprenditori e forse complici nell’ambito sanitario . Palumbo inizialmente è stato portato in carcere, poi il Giudice per le indagini preliminari (GIP) ha disposto per lui la misura degli arresti domiciliari, così come per Terra . L’ASL Roma 2, dal canto suo, ha reagito immediatamente aprendo un procedimento disciplinare interno e sospendendo il primario dal servizio a partire dal 5 dicembre 2025 . Il caso è dunque esploso pubblicamente, generando sconcerto sia tra i colleghi medici sia – soprattutto – tra i pazienti nefropatici e le loro famiglie.
Ripercorrendo in breve la cronologia emersa dai media: la Procura di Roma aveva avviato da alcuni mesi un’inchiesta su un sospetto sistema di tangenti nella gestione dei pazienti in dialisi nel territorio della ASL Roma 2 . Secondo le ricostruzioni giornalistiche, le indagini sarebbero partite già in ottobre 2025 grazie alla denuncia di un imprenditore del settore, stanco di sottostare alle richieste economiche del primario . Nei giorni precedenti al 4 dicembre, gli investigatori hanno organizzato controlli e pedinamenti, fino a intervenire in flagranza durante un incontro concordato tra Palumbo e Terra nei pressi della sede della Regione Lazio, proprio nel momento in cui avveniva il presunto passaggio di denaro in contanti . I poliziotti della Squadra Mobile hanno fermato entrambi e sequestrato la somma (tremila euro in banconote da 50 e 100) che l’imprenditore avrebbe appena consegnato al medico .
Nei giorni successivi all’arresto sono emersi altri dettagli dai provvedimenti giudiziari (come l’ordinanza di custodia cautelare del GIP) e dalle attività di polizia giudiziaria. Ad esempio, la Procura ha disposto perquisizioni e l’acquisizione di cartelle cliniche e documentazione presso il Sant’Eugenio e la ASL, per verificare quanti pazienti siano stati coinvolti e tracciare i flussi sospetti . Le autorità vogliono quantificare il giro d’affari e capire se il meccanismo corruttivo fosse davvero sistematico e da quanto tempo andasse avanti . Nel frattempo il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha commentato duramente la vicenda definendola “una cosa orribile” e annunciando che la Regione si costituirà parte civile nel processo, valutando anche la sospensione delle convenzioni per le cliniche eventualmente coinvolte . Anche il Ministero della Salute ha acceso un faro: il Ministro Orazio Schillaci ha chiesto ai NAS (Nuclei Antisofisticazione dei Carabinieri) un rapporto dettagliato e ha inviato i propri ispettori per verificare quanto accaduto in ospedale . Insomma, il caso romano è ora oggetto di massima attenzione da parte delle istituzioni sanitarie e giudiziarie.
Le accuse spiegate in parole semplici
Di cosa è accusato, in concreto, il primario di Nefrologia di Roma? In sintesi, dirottare i pazienti in dialisi: un termine forte che indica, secondo l’accusa, che avrebbe usato la propria posizione pubblica per convogliare malati (bisognosi di trattamenti dialitici) verso centri privati convenzionati specifici, in cambio di tangenti. In pratica, Palumbo avrebbe favorito alcune cliniche private invece di mantenere i pazienti in strutture pubbliche o lasciare che scegliessero liberamente il centro dialisi. Dagli atti dell’inchiesta emerge l’ipotesi di un vero “sistema” organizzato: il primario, sfruttando il suo ruolo di responsabile al Sant’Eugenio, selezionava dove indirizzare ciascun paziente in dimissione, assicurandosi – dietro compenso – di inviarlo alle cliniche “amiche” (ovvero quelle i cui titolari accettavano di pagare) . Per garantire questo flusso, avrebbe anche impartito ordini al suo staff affinché convincessero i malati a effettuare la dialisi soltanto presso quei centri in cui lui stesso aveva interessi diretti o indiretti . Un dettaglio significativo infatti è che Palumbo, secondo il GIP, deteneva di fatto il 60% delle quote della società Dialeur, uno dei centri privati coinvolti, pur non figurandone ufficialmente come proprietario . In altre parole, avrebbe avuto interessi economici nascosti in almeno una delle strutture dove mandava i pazienti, il che spiegherebbe il movente corruttivo.
Le mazzette documentate non sarebbero state solo occasionali, ma – sempre secondo l’accusa – erogate con una certa regolarità. Si parla di un meccanismo “oliato” da anni, con pagamenti periodici in contanti al primario . Gli investigatori sostengono che parte di questi illeciti compensi venivano camuffati attraverso false fatturazioni: in pratica, le cliniche avrebbero versato denaro a una società di consulenza fittizia (una “società schermo”, creata ad hoc con un prestanome) riconducibile al primario, fingendo pagamenti per servizi inesistenti . Così i soldi passavano di mano con parvenza legale. Inoltre, stando sempre alle carte, Palumbo avrebbe ricevuto altri tipi di benefici: ad esempio il pagamento di spese personali e l’erogazione di incarichi o contratti a persone a lui vicine. Su questo punto, la stampa ha riportato accuse molto dettagliate: un imprenditore dichiara di aver dovuto versare al medico 3.000 euro per ogni paziente inviatogli (per un totale di 700.000 euro in un periodo) oltre a pagargli un affitto di casa (1.600 euro al mese), un’auto Mercedes in leasing (1.000 euro al mese), fornirgli carte di credito per spese in ristoranti e alberghi e perfino assumere la compagna del primario con un finto contratto di consulenza da 2.500 euro mensili . Queste sono le accuse contenute nelle richieste della Procura e andranno ovviamente dimostrate in giudizio, ma dipingono uno schema di corruzione molto capillare, in cui i pazienti dializzati diventavano merce di scambio per soldi e favori.
Per capire: che significa dirottare un paziente in dialisi? Nel nostro sistema, quando un malato con insufficienza renale esce dall’ospedale ed è stabile, spesso deve proseguire la dialisi in regime ambulatoriale. Può farlo in centri pubblici ospedalieri o in centri privati convenzionati (cioè cliniche private accreditate col Servizio Sanitario, rimborsate dallo Stato). Normalmente la scelta del centro dovrebbe tenere conto di criteri clinici (es. disponibilità di posto, distanza da casa, preferenze del paziente). Dirottare significa invece forzare la scelta: secondo l’accusa, il primario Palumbo avrebbe orientato artificiosamente i pazienti verso specifiche cliniche, non per motivi medici, ma perché erano quelle disposte a pagarlo. Così facendo, avrebbe violato la libertà di scelta del malato e il dovere di imparzialità del pubblico ufficiale, traendone un guadagno illecito (corruzione). In più, emergono sospetti di abuso clinico: la magistratura sta accertando se in alcuni casi siano state anticipate terapie dialitiche o sconsigliate alternative (come la dialisi a domicilio) al solo scopo di incrementare i pazienti da inviare ai centri convenzionati compiacenti . Si tratta di ipotesi gravissime – ad esempio dialisi iniziate prima del necessario o scelte terapeutiche condizionate da interessi economici – che, se confermate, configurererebbero anche un tradimento etico verso i malati.
Va sottolineato che, per ora, siamo nell’ambito di accuse tutte da provare in tribunale. Non c’è ancora alcuna condanna: vige la presunzione d’innocenza. Il quadro delineato dagli inquirenti è pesante, ma dovrà essere dimostrato con prove certe e affrontato nel contraddittorio del processo. Lo stesso primario, inizialmente, pare abbia negato addebiti; poi – riportano alcuni media – avrebbe ammesso in parte le proprie responsabilità durante l’udienza di convalida dell’arresto . L’imprenditore Terra avrebbe invece confermato sostanzialmente il sistema di pagamenti, collaborando con gli investigatori . Su questi punti dovrà comunque fare chiarezza il percorso giudiziario, così come andrà accertato il coinvolgimento degli altri indagati (parecchi nomi stanno emergendo, tra titolari di cliniche e intermediari). Ciò che colpisce, al di là degli aspetti tecnici, è la visione cinica del paziente che trapela dalle intercettazioni raccolte dagli inquirenti: in un dialogo registrato, una dottoressa commenta brutalmente la situazione dicendo «Tanto a noi de ’na paziente che ce ne frega» – in romanesco, “tanto a noi di una paziente che ce ne importa”. Parole agghiaccianti, attribuite a chi avrebbe dovuto avere a cuore la cura della persona. Questa frase, se confermata, rappresenta bene il ribaltamento dei valori contestato nell’inchiesta: il malato ridotto a numero, a strumento per far soldi, anziché essere al centro dell’assistenza. Proprio da qui nasce lo sconcerto e il bisogno di riflettere: come possono i pazienti proteggersi da simili abusi? E come funziona il sistema dialisi tra pubblico e privato, che rende possibili queste distorsioni?
Cosa sappiamo / Cosa è ancora da provare
Cosa sappiamo (dai fatti emersi finora): Roberto Palumbo è stato arrestato in flagrante il 4 dicembre 2025 mentre riceveva 3.000€ in contanti dall’imprenditore Maurizio Terra, ed entrambi sono ora ai domiciliari con accusa di corruzione . L’ASL Roma 2 ha sospeso Palumbo dal servizio e avviato un’indagine disciplinare interna dal 5 dicembre . Le indagini coinvolgono 12 indagati in totale e ipotizzano un sistema attivo da anni di smistamento dei pazienti dializzati verso cliniche private convenzionate “amiche” in cambio di denaro e utilità varie . Il GIP nell’ordinanza scrive che Palumbo aveva pieno controllo di dove destinare i malati e che indirizzava i pazienti fino al massimale di posti della clinica Dialeur, di cui deteneva il 60% delle quote (pur senza comparire ufficialmente) . Secondo il giudice, l’imprenditore Terra ha sostanzialmente confermato i fatti, e lo stesso Palumbo – inizialmente reticente – ha poi ammesso delle responsabilità nell’interrogatorio di convalida . L’ASL e la Regione Lazio hanno dichiarato piena fiducia nella magistratura e massima trasparenza: la Regione si costituirà parte civile e valuta la sospensione delle cliniche coinvolte .
Cosa resta da provare (aspetti da chiarire in giudizio): Se il primario e gli altri indagati sono effettivamente colpevoli di corruzione continuativa – nessuna colpa è ancora accertata in via definitiva. Bisognerà provare in tribunale l’esistenza e l’entità esatta del sistema di mazzette: quanti pazienti sono stati “dirottati”, quanti soldi sono passati e da quante cliniche. Gli inquirenti stanno esaminando documenti e cartelle cliniche per verificare se alcune dialisi siano state iniziate prima del dovuto o se alternative terapeutiche (come dialisi peritoneale o trapianto) siano state trascurate per motivi non clinici . Sarà da dimostrare se effettivamente Palumbo abusò delle liste d’attesa gestendo i posti in dialisi in modo personalistico . Inoltre, si dovrà accertare il ruolo preciso dei complici: ad esempio se i titolari delle cliniche abbiano pagato consapevolmente per ottenere pazienti (in tal caso anche loro risponderebbero di reato) e se ci siano stati mediatori. Va provato anche se le somme contestate (quelle trovate o ricostruite, come i 700mila euro dichiarati da un imprenditore) fossero tangenti e non compensi leciti: la difesa di Palumbo sostiene che quei 3.000€ in busta non erano una mazzetta ma utili provenienti da un’attività imprenditoriale “occulta” legata proprio alla società Dialeur . In sintesi, occorre un processo per trasformare le accuse in fatti accertati o, se del caso, per scagionare gli innocenti.
Perché questa vicenda riguarda i pazienti in dialisi?
Al di là della cronaca giudiziaria, questo caso tocca un punto dolente per tutti i pazienti con malattia renale: il rapporto di fiducia con il sistema delle cure e la tutela dei propri diritti quando si affronta un percorso come la dialisi. Per comprendere le implicazioni, facciamo un passo indietro e spieghiamo come funziona, in Italia, il settore della dialisi tra pubblico e privato, e quali diritti hanno i pazienti in questo ambito.
Dialisi pubblica e dialisi convenzionata: come funziona
La terapia dialitica in Italia è garantita dal Servizio Sanitario Nazionale, ma viene erogata attraverso una rete di centri sia pubblici che privati accreditati. I numeri ci aiutano a capire: nel nostro Paese ci sono circa 45 mila pazienti in dialisi cronica e ogni anno se ne aggiungono circa 6 mila . Per assisterli esistono 637 centri dialisi, di cui poco più della metà sono pubblici (ospedali o strutture SSN) e quasi la metà privati-convenzionati . Nelle regioni del Centro-Sud la presenza dei centri privati convenzionati è maggiore: ad esempio Lazio, Campania, Sicilia risultano ai primi posti per numero di cliniche accreditate, mentre in regioni come Emilia-Romagna la dialisi è quasi esclusivamente pubblica . Ciò è dovuto anche a ragioni storiche: già dagli anni ’70, in alcune zone, il settore privato ha sopperito alla carenza di posti pubblici, ottenendo convenzioni che sono perdurate negli anni .
Cosa significa “privato convenzionato”? Significa che la clinica o centro dialisi non è gestita dallo Stato ma da soggetti privati, però è accreditata: deve rispettare standard di qualità e viene rimborsata dal sistema sanitario per ogni trattamento effettuato, esattamente come se fosse pubblico (per il paziente il servizio è gratuito o al massimo prevede ticket, come in ospedale). In pratica, il privato convenzionato è una estensione del servizio pubblico. Questo modello è fondamentale per garantire copertura assistenziale: il presidente della Società Italiana di Nefrologia (SIN), Luca De Nicola, ha dichiarato di recente che “il privato è irrinunciabile” nel settore dialisi e generalmente assicura un’assistenza di buona qualità, invitando a non demonizzarlo solo per lo scandalo emerso . Infatti, senza i centri accreditati sarebbe impossibile trattare tutti i pazienti, dato che il pubblico da solo non ha strutture a sufficienza in alcune aree .
Il percorso tipico di un malato renale avanzato spesso è questo: viene seguito inizialmente in ospedale (nel reparto di Nefrologia e Dialisi) e quando la sua condizione è stabilizzata, viene dimesso ma deve continuare la dialisi più volte a settimana a vita (o finché non fa un trapianto). A quel punto, il paziente può essere indirizzato a un centro dialisi sul territorio. Se vicino a casa c’è un centro pubblico con posto disponibile, bene; altrimenti si ricorre a un centro convenzionato. L’importante è che la continuità terapeutica sia garantita (nessuno può restare senza dialisi). In teoria, il paziente dovrebbe poter scegliere informatamente la struttura: ad esempio, se in zona esistono più cliniche accreditate, ha diritto a essere informato sulle opzioni e a esprimere una preferenza. I medici hanno il dovere di guidare la scelta in base ai bisogni clinici, ma senza interessi particolari e nel rispetto della volontà del malato.
Nel caso romano contestato, questo meccanismo sarebbe stato viziato: secondo gli inquirenti, i pazienti dimessi dal Sant’Eugenio venivano sistematicamente indirizzati verso determinati centri privati, forse senza nemmeno prospettare loro alternative, e in alcuni casi “convinti” che quella fosse l’unica o la migliore soluzione . Se così fosse, verrebbe meno il principio cardine della trasparenza e della libera scelta in sanità.
I diritti del paziente in dialisi
Chi affronta la dialisi (o qualunque percorso di cura) ha una serie di diritti fondamentali, sanciti sia da norme generali che da carte dei diritti specifiche per i malati cronici. È bene ricordarli, perché sono gli strumenti con cui il paziente può difendersi nel sistema e pretendere correttezza.
- Diritto all’informazione e al consenso informato: Ogni persona ha il diritto di essere informata in modo chiaro e completo sulle proprie condizioni e sulle cure proposte . Nel caso della dialisi, i medici devono spiegare perché la terapia è necessaria, con quali benefici e rischi, e anche quali alternative esistono (ad esempio la dialisi peritoneale a domicilio o il trapianto, se candidabile) . Solo con queste informazioni il paziente può dare un consenso veramente libero oppure chiedere altre soluzioni. Se al paziente non vengono illustrate opzioni possibili, come ad esempio la dialisi peritoneale o un programma di trapianto, viene leso questo diritto di scelta consapevole . Nessun trattamento prolungato come la dialisi dovrebbe iniziare senza un consenso informato scritto e firmato, e senza che il malato abbia capito cosa comporta e quali alternative ha.
- Diritto di scelta del luogo di cura: In generale, ognuno ha diritto di scegliere dove curarsi, compatibilmente con le disponibilità del servizio . Ciò significa che un paziente in dialisi ha il diritto di esprimere una preferenza sul centro dialisi (ad esempio per ragioni di vicinanza geografica, ambiente, orari, etc.). Le strutture sanitarie dovrebbero rispettare questa preferenza quando possibile, oppure motivare chiaramente eventuali impedimenti. Il principio di “libera scelta” del cittadino è sancito nei principi del nostro SSN (imparzialità e diritto di scelta sono menzionati già nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27/1/1994 sui principi per i servizi pubblici ). Tradotto: se un medico pubblico consiglia una clinica convenzionata in particolare, deve farlo solo per ragioni oggettive (es. qualità del centro, disponibilità di terapie specifiche) e comunque informando il paziente che può valutare altre opzioni equivalenti.
- Diritto alla seconda opinione: Non è scritto in una legge specifica, ma è universalmente riconosciuto che un paziente può chiedere un secondo parere medico. Se un nefrologo propone una certa strada (es. iniziare subito la dialisi in un certo centro), il paziente può consultare un altro specialista indipendente per conferma o per valutare alternative. Questo non deve offendere nessuno: è un atto di prudenza legittimo. Ad esempio, il malato potrebbe chiedere un consulto in un altro ospedale pubblico o rivolgersi a un centro di riferimento nefrologico per sapere se ci sono terapie conservative ancora praticabili o se conviene tentare la dialisi peritoneale. I medici dovrebbero anzi incoraggiare il paziente informato a partecipare attivamente alle decisioni, anche sentendo più campane se serve.
- Diritto alla trasparenza e documentazione: Il paziente ha diritto di ottenere copia di tutta la documentazione clinica che lo riguarda: cartella clinica di ricovero, risultati di esami, schede dialitiche, referti ecc. Questi documenti vanno richiesti all’URP o agli uffici preposti dell’ospedale/ASL e devono essere forniti (talora a pagamento dei soli costi) entro tempi ragionevoli. Avere in mano le proprie carte consente di consultare altri medici e capire meglio la situazione. Inoltre, se un paziente chiede al medico di mettere per iscritto una raccomandazione (ad esempio “si consiglia dialisi presso struttura X per i seguenti motivi”), il medico dovrebbe farlo. Diffidare se vengono date solo indicazioni verbali vaghe senza nulla di scritto: la tracciabilità è una forma di tutela.
- Diritto al rispetto e all’imparzialità: Ogni malato deve essere trattato con dignità, senza discriminazioni e – soprattutto – senza che fattori estranei al suo bene influiscano sulle cure. Un principio basilare del SSN è che le decisioni cliniche si prendono in scienza e coscienza, non per pressioni commerciali. Se un paziente percepisce di essere oggetto di pressioni indebite (per esempio sente che un medico denigra tutti i centri tranne uno, insiste troppo su una sola soluzione senza spiegazioni, oppure sminuisce i rischi di un trattamento), ha il diritto di chiedere chiarimenti e, in caso, di consultare le autorità competenti. La Carta dei diritti della persona con malattia renale – approvata da associazioni di pazienti – afferma tra l’altro il “diritto all’orientamento e alla presa in carico” appropriati e il “diritto all’equità di accesso e trattamento” . Ciò implica che nessuno dovrebbe essere avvantaggiato o svantaggiato per motivi non clinici.
Riassumendo, i pazienti in dialisi hanno il diritto di capire e di scegliere, e i medici il dovere di agire nel solo interesse della salute del malato. Purtroppo, casi come quello di Roma insinuano il dubbio che talvolta possano entrare in gioco interessi economici: per questo è importante che i pazienti conoscano i propri diritti e li facciano valere, rivolgendosi anche alle associazioni (come l’ANED – Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto) o ai Tribunali per i diritti del malato in caso di bisogno di supporto.
“Il business della dialisi”: perché se ne parla da anni
Il termine può suonare brutto, ma è noto che intorno alla dialisi esista anche un “mercato” – ovviamente lecito quando regolato – fatto di convenzioni, rimborsi e investimenti economici. La dialisi cronica, proprio per il gran numero di pazienti e la complessità tecnologica, è un settore dove girano ingenti risorse pubbliche. Basti pensare che un singolo paziente emodializzato fa 3 sedute a settimana, quindi oltre 150 sedute l’anno, e ciascuna seduta viene rimborsata dal Servizio sanitario (alle strutture accreditate) con tariffe che, a seconda delle regioni, possono aggirarsi su diverse centinaia di euro l’una. Fate i conti e capirete che ogni paziente “vale” decine di migliaia di euro all’anno per il centro dialisi che lo assiste. Un centro che ha, poniamo, 50-100 pazienti in carico può fatturare milioni di euro annui in rimborsi. Ciò non è di per sé scandaloso – è il costo dell’assistenza salvavita – ma crea un contesto in cui la concorrenza tra cliniche private può diventare spietata. «Quando i privati offrono la maggiore disponibilità è più facile che succedano cose poco chiare perché gli imprenditori entrano in competizione. Il pubblico d’altra parte non riesce a coprire tutte le necessità ed è costretto a indirizzare pazienti nelle strutture esterne», ha commentato Antonio Santoro, nefrologo e presidente del comitato scientifico di ANED . Questa frase evidenzia un dilemma: da un lato abbiamo bisogno dei privati accreditati per curare tutti, dall’altro il rischio di derive esiste, specie se manca vigilanza.
Non è un caso che già in passato la dialisi sia stata al centro di discussioni e critiche. Ci si domanda, ad esempio, se l’assetto dei rimborsi incentivi abbastanza le soluzioni alternative alla costosa emodialisi in clinica. Un dato già citato: solo circa il 9% dei dializzati in Italia fa dialisi peritoneale a casa, nonostante questa modalità abbia costi inferiori (fino al 63% in meno rispetto all’emodialisi in centro) e garantisca spesso migliore qualità di vita per il paziente . Perché così pochi la utilizzano? Ci possono essere ragioni cliniche e logistiche, ma alcuni osservatori sottolineano che la dialisi domiciliare non rende economicamente come tenere il paziente in struttura, e per anni non è stata promossa abbastanza. Fortunatamente oggi la tendenza sta cambiando: la SIN (Società di Nefrologia) e le istituzioni puntano a ritardare il più possibile l’ingresso in dialisi grazie a terapie conservative e screening precoci, nonché a incentivare peritoneale e trapianto da vivente . Il presidente SIN De Nicola ha definito il caso Palumbo un’eccezione che non deve allarmare eccessivamente: oggi la nefrologia va nella direzione opposta, cioè cercare di evitare o posticipare la dialisi e favorire le soluzioni meno onerose e più centrate sul paziente . Ciò detto, è inevitabile interrogarsi sul perché certi scandali si ripetano.
Il caso di Roma non è il primo episodio di presunte tangenti in sanità, purtroppo. Negli ultimi anni sono emerse varie inchieste, da nord a sud, su corruzione e malaffare nella sanità pubblica: gare truccate, nomine pilotate, mazzette per forniture, e sì, anche vicende legate alla dialisi. In Calabria, ad esempio, indagini recenti hanno sfiorato i vertici regionali per questioni di gestione opaca della sanità . Il comune denominatore, come ha scritto il quotidiano Domani, è sempre quello: interessi privati che sovrastano il dovere di tutelare i malati, pazienti fragili trattati come merce di scambio . Nel nostro caso specifico, se le accuse reggeranno, avremo l’ennesima conferma di come un paziente possa diventare un “credito” da 3.000 euro l’uno – tanto sarebbe, secondo un imprenditore coinvolto, la “tariffa” concordata per ogni malato inviato alla clinica convenzionata . Emblematiche le parole intercettate di un manager sanitario romano, che in una telefonata si lascia sfuggire: “Questa cosa dell’accesso vascolare è geniale (…): è un fatturato sicuro, finito l’accesso vascolare questi pazienti devono entrare in dialisi. Vengono tutti dalla ASL Roma 2. Pigliamo un milione e tre, un milione e quattro in più” . In gergo, sta dicendo: se riusciamo a farci accreditare anche gli interventi per creare l’accesso vascolare (fistole) ai pazienti, poi questi pazienti entreranno in dialisi da noi portando 1,3-1,4 milioni di euro di ricavi aggiuntivi. È una logica spietatamente aziendale applicata a esseri umani in cura.
Davanti a questi scenari, occorre però mantenere equilibrio: esiste un “business” della dialisi, ma non vuol dire che tutti rubino. La quasi totalità di medici e operatori lavora onestamente per il bene del paziente, e molti imprenditori della sanità convenzionata offrono servizi preziosi senza infrangere le regole. Prova ne è che, quando emergono mele marce, spesso è grazie a denunce interne o di colleghi. Nel caso Palumbo, uno degli imprenditori (stanco di pagare) si è fatto avanti denunciando il sistema , segno che c’è chi rifiuta queste logiche. Anche a livello internazionale, dove esistono colossi privati della dialisi, si sono viste azioni contro abusi: negli USA, ad esempio, i due maggiori gruppi (DaVita e Fresenius) hanno pagato centinaia di milioni di dollari per risolvere accuse di frode e pagamenti illegali di incentivi ai medici per ottenere pazienti . Questo mostra come, ovunque ci siano molti soldi in gioco, servano controlli rigorosi e leggi anticorruzione ferree. Ma attenzione: non dobbiamo perdere la fiducia nel sistema nel suo complesso. La dialisi in Italia, in media, funziona bene e salva vite quotidianamente grazie alla dedizione di tanti professionisti. Gli scandali vanno perseguiti con durezza, senza però creare panico tra i malati. Come pazienti, ciò che possiamo fare è essere vigili, conoscere i nostri diritti e non aver timore di fare domande. Vediamo quindi qualche consiglio pratico su come un paziente può tutelarsi nelle scelte di cura.
Checklist per pazienti in dialisi: come tutelarsi nelle scelte di cura
- Chiedere sempre spiegazioni dettagliate: Se vi propongono una terapia o un trasferimento in un certo centro dialisi, fatevi spiegare perché. Quali sono i vantaggi di quella soluzione? Esistono alternative? Pretendete motivazioni cliniche chiare e comprensibili (es. “in quel centro c’è posto subito e attrezzature adatte al suo caso”). Un medico onesto non avrà problemi a chiarire.
- Informatevi sulle opzioni disponibili: Domandate se potete continuare la dialisi presso la struttura pubblica dove siete seguiti o se ci sono più cliniche convenzionate tra cui scegliere. Fatevi dare l’elenco dei centri dialisi accreditati nella vostra ASL/Regione. Avete diritto a sapere dove potete andare in dialisi, e a visitare eventualmente il centro prima di decidere .
- Diffidare di chi denigra tutti gli altri centri: Se un medico sconsiglia tutte le altre strutture e insiste che solo una clinica va bene per voi, senza motivi oggettivi, potrebbe esserci un conflitto di interessi (o potrebbe semplicemente avere un bias personale). Meglio, in tal caso, sentire un secondo parere neutrale prima di accettare.
- Non firmare consensi al buio: Prima di firmare qualsiasi modulo di consenso o di accettare un trasferimento, assicuratevi di aver ricevuto tutte le informazioni. Leggete bene i documenti; se qualcosa non è chiaro, chiedete delucidazioni. Se vi mettono fretta nel firmare, è un cattivo segno: prendetevi il tempo necessario.
- Richiedere tutto per iscritto: Se un medico vi fa una raccomandazione importante (es. “deve iniziare la dialisi entro un mese in quel centro”), chiedetegli gentilmente di riportarla per iscritto sul foglio di dimissione o in una relazione. Un professionista corretto non avrà problemi a mettere nero su bianco le indicazioni date. Carta canta: avere traccia scritta vi tutela in caso di problemi futuri.
- Monitore le vostre condizioni cliniche: Tenete un diario delle vostre terapie e parametri (peso, pressione, esami principali). Se qualcosa nel percorso di cura non vi convince (ad esempio dialisi molto frequenti sin da subito, o procedure che altri pazienti nella vostra situazione non hanno fatto), chiedete chiarimenti al nefrologo o anche al vostro medico di base. A volte differenze sono giustificate, ma è vostro diritto capire il perché del trattamento che ricevete.
- Non esitare a cercare una seconda opinione: Come detto, consultare un altro nefrologo non è mancanza di fiducia ma prudenza. Potete rivolgervi a un centro nefrologico universitario o di eccellenza, portando la vostra documentazione, per avere un consulto sul piano dialitico proposto. Molti lo fanno e i medici seri lo comprendono.
- Farvi accompagnare da una persona di fiducia: Quando discutete di scelte importanti (inizio dialisi, scelta del centro, opzioni di trapianto), portate con voi un familiare o amico. In due si ascolta meglio e ci si sostiene a vicenda. La persona accanto a voi potrà aiutarvi a ricordare cosa è stato detto e a porre domande che magari nell’emozione potreste dimenticare.
- Occhio ai segnali d’allarme: Alcuni comportamenti dovrebbero farvi insospettire. Ad esempio: se un medico rifiuta di indicarvi un altro centro possibile (“deve andare solo lì e basta”), se minimizza ogni vostra domanda o vi tratta con fastidio quando chiedete spiegazioni; se trovate difficoltà inusuali ad avere le vostre cartelle cliniche o esiti (“non serve che li abbia lei” – falso, sono vostri!); o se venite a sapere da altri pazienti informazioni contraddittorie (es. posti liberi in centri che a voi erano stati detti pieni). In questi casi, approfondite e, se necessario, coinvolgete il vostro medico di famiglia o un’associazione di pazienti per avere supporto.
- Segnalare comportamenti scorretti: Se ritenete di aver subito un torto o notate pratiche opache, non abbiate timore di segnalarlo. In prima battuta potete rivolgervi all’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) dell’ospedale o ASL: la vostra segnalazione formale obbliga l’azienda a una risposta. Potete anche scrivere al Direttore Sanitario o al Responsabile di reparto. Ogni ASL ha poi un Difensore Civico regionale o un Garante del malato a cui potete inoltrare reclami indipendenti. Le associazioni di pazienti (ANED, ecc.) possono aiutarvi a formulare la segnalazione nel modo corretto.
- Nei casi gravi, coinvolgere le autorità: Se sospettate illeciti gravi (ad esempio corruzione, truffa, falso in cartella) potete valutare di rivolgervi alle autorità competenti. I Carabinieri NAS (Nuclei Antisofisticazione e Sanità) ricevono segnalazioni in materia sanitaria; anche la Procura della Repubblica può essere investita della questione con un esposto dettagliato. Questo è un passo da compiere con ponderazione (magari consultandovi prima con un legale o con associazioni di tutela), ma ricordate: denunciare è un diritto, e a volte dovere, se ci sono in gioco la salute e la legalità.
Ricordiamo che la stragrande maggioranza dei medici è onesta e vuole il bene del paziente. I consigli sopra servono non per creare diffidenza generale, ma per dare strumenti ai pazienti affinché siano parte attiva e vigile del proprio percorso di cura.
Infine, c’è una domanda che chiude il cerchio: tutti i pazienti riescono davvero ad accedere alle informazioni e alle scelte di cura? Qui si apre il tema dell’accessibilità, che tratto in un articolo dedicato.
Conclusione: verso una dialisi trasparente e a misura di paziente
La vicenda di Roma è inquietante, ma possiamo trarne spunti per migliorare. Da un lato, ci ricorda che servono controlli seri e costanti: la sanità pubblica non deve abbassare la guardia su possibili conflitti di interesse nelle convenzioni. Le autorità stanno agendo (arresti, ispezioni, sospensioni) e questo è rassicurante – vuol dire che il sistema ha anticorpi quando qualcosa non va. Dall’altro lato, il caso insegna ai pazienti una lezione importante: la fiducia è fondamentale, ma deve essere accompagnata da consapevolezza. Fidarsi del proprio medico è giusto – e la maggior parte dei nefrologi merita fiducia – però vigilare non è peccato. Chiedere chiarimenti, partecipare attivamente alle decisioni sulla propria salute, non prendere tutto per oro colato: queste non sono mancanze di rispetto, bensì forme di autotutela.
Ricordiamo le parole di Luca De Nicola (SIN): i pazienti non devono farsi prendere dall’ansia, perché casi come questi sono eccezioni e oggi la nefrologia punta a mettere il paziente al centro, ritardando la dialisi e privilegiando le soluzioni a domicilio e il trapianto . Insomma, l’orientamento generale è verso una dialisi sempre più “umana” e trasparente. Gli scandali come quello del Sant’Eugenio fanno rumore, ma non devono far perdere la speranza: anzi, devono spronare a chiedere un sistema migliore.
In futuro, sarebbe auspicabile più trasparenza strutturale: ad esempio, registri pubblici dei titolari e soci delle cliniche convenzionate (così da evitare conflitti nascosti), regole ferree sulle incompatibilità (un primario pubblico non dovrebbe mai avere quote in cliniche private dello stesso settore) e magari un miglior bilanciamento dell’offerta dialitica tra pubblico e privato, per ridurre situazioni di monopolio locale. Anche i pazienti possono fare la loro parte, unendosi in associazioni e facendo sentire la propria voce presso le istituzioni, affinché i propri diritti siano rispettati.
La chiusura ideale di questa storia sarebbe vedere ripristinata la legalità e, allo stesso tempo, rafforzata la fiducia tra pazienti e curanti. La dialisi è una terapia dura, che richiede alleanza e comprensione reciproca. Chi tradisce questa fiducia compie un atto gravissimo, ma non deve vincere. Vincano invece la giustizia, la trasparenza e il coraggio dei pazienti informati: così che nessuno, in futuro, osi più trattare un malato come un numero da dirottare, ma solo e sempre come una persona da curare con rispetto.