Introduzione personale
Mi chiamo Alessandro, sono un paziente trapiantato di rene. Non sono un medico, e voglio chiarirlo subito. Questo articolo nasce dalla mia esperienza personale e da anni di letture di studi clinici, linee guida e pubblicazioni scientifiche, che citerò esplicitamente. Non sostituisce in alcun modo il parere del nefrologo o del team clinico: le decisioni terapeutiche devono sempre essere prese insieme ai professionisti che vi seguono.
Ho deciso di approfondire la dialisi perché, anche se oggi vivo grazie al trapianto, so che in futuro potrei tornare a dipenderne. È stata la consapevolezza della mia condizione a spingermi a capire meglio cosa si può fare. Ho trovato prove solide che mostrano come la qualità e l’aspettativa di vita in dialisi non siano immutabili: possono migliorare attraverso scelte precise, tecnologie aggiornate e un ruolo attivo del paziente.
Parleremo di filtri e tecniche depurative, di gestione dei liquidi, dell’importanza della purezza dell’acqua e dell’accesso vascolare, ma anche di attività fisica, alimentazione e vaccinazioni. L’obiettivo è dare strumenti verificabili, per dialogare con il proprio centro dialisi in modo più consapevole.
Le sfide della dialisi oggi
Partiamo dai dati. Nei registri europei ERA (European Renal Association), l’Annual Report 2022 mostra che la sopravvivenza a 5 anni nei pazienti che iniziano una terapia sostitutiva renale (2013–2017) è circa del 52%. Se guardiamo nello specifico ai pazienti che avviano l’emodialisi, i valori non aggiustati oscillano fra il 41% e il 47%, a seconda della coorte considerata e dei criteri usati [ERA Registry Annual Report 2022].
Il quadro americano non è diverso: secondo il rapporto USRDS 2022 (United States Renal Data System), i principali responsabili di mortalità in emodialisi sono le complicanze cardiovascolari (aritmie, arresto cardiaco) e le infezioni, che insieme spiegano la gran parte dei decessi. Lo stesso USRDS sottolinea che ci sono limiti nella precisione della codifica delle cause, ma le proporzioni restano chiare.
In termini più semplici: un paziente in dialisi ha un rischio di morte da 5 a 10 volte superiore rispetto a una persona della stessa età senza insufficienza renale cronica.
In sostanza: fare dialisi è vitale, ma comporta ancora rischi molto alti. Questo però non significa che tutto sia già scritto. Negli ultimi anni alcune innovazioni tecniche e organizzative hanno ridotto la mortalità e migliorato la qualità della vita. È su questi margini che si può davvero agire.
Il cuore della depurazione: filtri e tecniche
Dai materiali “vecchi” ai filtri sintetici ad alto flusso
Il filtro dialitico (o dializzatore) è, di fatto, il “rene artificiale”. È lui che, attraverso la membrana, elimina dal sangue tossine e liquidi in eccesso.
Negli anni ’70 e ’80 si usavano membrane in cellulosa, come il cuprofano. Erano materiali poco biocompatibili: molti pazienti avevano reazioni di intolleranza (ipotensione, prurito, febbre), e la mortalità era più alta [Locatelli F, Nephrol Dial Transplant 2002].
Oggi quasi nessun centro utilizza più questi dispositivi. Le membrane sintetiche in polisulfone o poliacrilonitrile, soprattutto quelle ad alto flusso (high-flux), hanno cambiato il panorama: permettono una depurazione più ampia e sono in grado di rimuovere tossine di media grandezza come la β2-microglobulina, una proteina che, se accumulata, causa l’amiloidosi da dialisi (una complicanza che colpisce ossa e articolazioni).
L’estensione dei trattamenti con membrane high-flux e l’uso di dialisato ultrapuro (cioè acqua trattata fino a livelli di batteri <0,1 CFU/mL ed endotossine <0,03 EU/mL) hanno ridotto drasticamente questa complicanza, che negli anni ’80–’90 era quasi inevitabile per chi stava in dialisi a lungo [European Best Practice Guidelines, 2002].
Per farla semplice: se i vecchi filtri erano come un setaccio che si intasava subito, i filtri moderni sono setacci calibrati meglio, che lasciano passare l’acqua ma catturano le impurità in modo più efficace.
Emodiafiltrazione online (HDF) ad alto volume: l’evidenza sulla sopravvivenza
L’HDF (emodiafiltrazione) è una tecnica che combina due meccanismi: la diffusione (quella classica della dialisi, in cui le molecole passano attraverso la membrana per gradiente di concentrazione) e la convezione (in cui si spinge il plasma attraverso la membrana, eliminando molecole più grandi, con un reintegro simultaneo di liquido sterile).
Lo studio chiave qui è l’ESHOL trial (JASN 2013), un RCT multicentrico condotto su 906 pazienti in Spagna. Ha dimostrato che l’HDF ad alto volume convettivo riduceva la mortalità per tutte le cause del 30% rispetto alla dialisi ad alto flusso. La riduzione era ancora più evidente nei decessi per infezioni (–55%) e per arresto cardiaco (–61%).
In pratica, questo significa che non tutte le emodiafiltrazioni sono uguali: il beneficio si vede soprattutto quando si raggiungono volumi convettivi elevati (tipicamente sopra i 23–25 litri a seduta). Per questo, molte linee guida europee oggi raccomandano, dove possibile, di preferire HDF con alti volumi [ERA-EDTA, JASN 2013].
Un chiarimento utile: “alto volume” non è un’etichetta commerciale, ma un parametro tecnico. Indica quanti litri di liquido sterile vengono utilizzati per il reintegro convettivo in una seduta.
Per capirlo meglio: è come la differenza tra un lavaggio veloce che lascia un po’ di sporco e un lavaggio più profondo che rimuove meglio anche le impurità nascoste.
HDx con membrane a medio cut-off (MCO), es. Theranova
Un’altra innovazione recente è la HDx (expanded hemodialysis), che utilizza membrane a medio cut-off (MCO). Un esempio è il filtro Theranova, sviluppato da Baxter e oggi parte del portafoglio di Vantive.
Queste membrane hanno pori calibrati che permettono di eliminare molecole più grandi (le cosiddette large middle molecules, come alcune citochine infiammatorie), mantenendo però le perdite di albumina (proteina fondamentale per nutrizione e difese) entro limiti sicuri.
L’evidenza clinica è in crescita:
- Coorte osservazionale in Colombia (2024, >1.000 pazienti, 48 mesi): i pazienti trattati con HDx mostravano una mortalità inferiore del 25% rispetto a quelli trattati con HD high-flux. Si tratta però di dati osservazionali e in parte sponsorizzati, quindi non si può parlare di causalità definitiva [Vantive, ASN 2024 abstract].
- Trial randomizzato (2022): nei pazienti incidenti (cioè al primo anno di dialisi), HDx ha rallentato la perdita della funzione renale residua rispetto alla HD convenzionale. Non sono emerse differenze significative in termini di mortalità o ospedalizzazioni a breve termine [Schwenger et al., Kidney Int Rep 2022].
- RCT su parametri cardiaci (80 pazienti): confronto fra HDx e HDF, utile per capire l’impatto su indici di funzione cardiaca, ma non disegnato per mortalità [Yilmaz et al., Blood Purif 2020].
- Sintomi riferiti dai pazienti: studi pragmatici riportano un miglior recupero post-dialisi e meno fatica con HDx [Maduell et al., NDT 2021].
La sintesi onesta è questa: HDx migliora la rimozione di tossine di medio-grandi dimensioni, e alcuni studi osservazionali segnalano una mortalità più bassa. Mancano però grandi RCT con mortalità come endpoint primario. Quindi il dato va letto come promettente, ma ancora non definitivo.
Per spiegarlo senza tecnicismi: HDx è come avere un filtro dell’aria più sofisticato che cattura particelle più grandi senza togliere l’ossigeno. Si respira meglio, ma servono studi a lungo termine per capire se davvero questo porta a vivere più a lungo.
Perché non tutte le strutture usano HDx (Theranova) allo stesso modo
Sapere che esiste una tecnologia che potrebbe migliorare gli esiti e accorgersi che non è disponibile ovunque può sembrare assurdo. In realtà, ci sono diversi motivi:
- Livello di evidenza: per l’HDF (emodiafiltrazione) esiste un RCT sulla mortalità (lo studio ESHOL). Per l’HDx, invece, non ci sono ancora studi randomizzati di grandi dimensioni che abbiano la mortalità come endpoint primario. Alcuni gruppi di nefrologi preferiscono attendere conferme più solide prima di cambiare la pratica clinica.
- Perdite di albumina: con le membrane MCO le perdite sono contenute, ma reali. Nei pazienti fragili o malnutriti, alcuni centri sono più cauti e preferiscono monitorare da vicino.
- Acquisti pubblici: in Italia i dispositivi vengono forniti attraverso gare d’appalto regionali o Accordi Quadro Consip. Se un prodotto non è incluso nel lotto vincitore, il centro non può utilizzarlo, anche se lo vorrebbe.
- Infrastruttura e formazione: molti centri hanno già investito in HDF e nel training del personale. Cambiare richiederebbe nuovi investimenti, e se i risultati clinici con l’HDF sono già buoni, spesso preferiscono continuare così.
In sostanza: non è che i medici “non vogliono” usare HDx, ma pesano evidenza scientifica, sicurezza nutrizionale, vincoli economici e logistica del sistema sanitario.
Come pazienti o familiari, si può chiedere in modo pragmatico:
- “Nel nostro centro usate HDx? In quali casi?”
- “Se non disponibile, è previsto l’accesso in altri ospedali o ci sono nuove gare in corso?”
- “In alternativa, è possibile avere HDF ad alto volume?”
Sono domande lecite e documentabili, che mettono il paziente in una posizione attiva ma collaborativa.
Dialisi notturna e domiciliare: cosa sappiamo
Oltre alle tecniche depurative, conta anche come e quando si fa la dialisi.
- I trial della rete FHN (Frequent Hemodialysis Network) hanno mostrato che schemi più frequenti (6 sedute a settimana) o più lunghi (notturni da 6–8 ore) riducono la massa ventricolare sinistra (LVM), un indice che misura lo stress del cuore, e migliorano il controllo della pressione arteriosa [Chertow et al., NEJM 2010]. I trial erano piccoli e non disegnati per mortalità, ma l’effetto sul cuore è stato consistente.
- Studi osservazionali in Canada e Australia hanno segnalato che i pazienti in emodialisi domiciliare (HHD), spesso anche notturna, avevano una sopravvivenza migliore rispetto alla dialisi standard. Sono associazioni, quindi non prove definitive, ma il segnale è forte [Culleton et al., CMAJ 2007].
In pratica: la dialisi standard è un compromesso, di solito 4 ore tre volte a settimana. Con schemi più frequenti o più lunghi, la rimozione di tossine e liquidi è più graduale e meno stressante per il corpo. È come bere tre litri d’acqua in un’ora (dialisi standard) rispetto a berli distribuiti nella giornata (dialisi frequente/notturna): l’organismo sopporta meglio la seconda opzione.
Non tutti possono accedere a questi schemi: servono requisiti logistici, un caregiver disponibile e formazione specifica. Ma quando ci sono le condizioni, i benefici clinici e di qualità di vita sono concreti.
Migliori pratiche cliniche: i punti che fanno la differenza
Dose di dialisi (Kt/V)
Il parametro Kt/V misura la dose di dialisi.
- K = clearance del filtro, cioè la capacità di depurare.
- t = tempo della seduta.
- V = volume di distribuzione dell’urea nel corpo del paziente.
Secondo le linee guida KDOQI (Kidney Disease Outcomes Quality Initiative), con tre sedute a settimana il target è uno spKt/V ≥ 1,4, con un minimo di 1,2 [KDOQI 2015].
In sostanza: è un numero che indica se la dialisi “pulisce abbastanza”. Non è un tetto massimo, ma una garanzia minima di sicurezza.
Durata e UFR (protezione cardiovascolare)
UFR significa ultrafiltration rate, cioè la velocità con cui si tolgono i liquidi durante la seduta, espressa in mL per kg di peso per ora.
Studi osservazionali hanno collegato valori alti di UFR a un rischio maggiore di mortalità: il pericolo cresce già sopra i 10 mL/kg/h, e diventa convenzionalmente “alto” oltre i 13 mL/kg/h [Flythe et al., Kidney Int 2011].
Per ridurre i rischi, l’opzione più semplice è allungare la seduta o aumentare la frequenza.
Per spiegarla semplice: togliere troppi liquidi in poco tempo è come svuotare una bottiglia schiacciandola: il contenitore si deforma e subisce stress. Se invece si fa piano, il sistema regge meglio.
Accesso vascolare: il “Life-Plan”
Un altro punto critico è l’accesso vascolare, cioè il “collegamento” usato per la dialisi:
- Fistola artero-venosa (FAV): considerata la scelta migliore.
- Graft (protesi vascolare): alternativa quando la fistola non è possibile.
- Catetere venoso centrale (CVC): soluzione d’emergenza o temporanea, ma con più rischio di infezioni e mortalità.
Le linee guida KDOQI 2019 parlano di Life-Plan, cioè un piano di vita dell’accesso: non “una fistola per tutti”, ma una strategia personalizzata che tenga conto di età, vasi disponibili, comorbidità e preferenze. L’obiettivo è ridurre al minimo la permanenza con CVC.
Dialisato ultrapuro
Il dialisato è la soluzione liquida che viene a contatto con il sangue attraverso la membrana. Se non è ben trattato, può contenere batteri o endotossine che alimentano l’infiammazione cronica.
Gli standard europei definiscono “ultrapuro” un dialisato con:
- batteri <0,1 CFU/mL
- endotossine <0,03 EU/mL [European Renal Best Practice, 2002].
Per dirla semplice: è come bere acqua potabile invece che acqua sporca. Non cambia solo la sensazione immediata, ma riduce anche i danni a lungo termine.
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Nutrizione e attività fisica
Nutrizione (linee guida)
L’alimentazione in dialisi è un equilibrio delicato. Le linee guida KDOQI 2020 raccomandano, per adulti in emodialisi metabolicamente stabili:
- Proteine: 1,0–1,2 g per kg di peso al giorno.
- Energia: 25–35 kcal per kg al giorno, da modulare in base a età, livello di attività e obiettivi clinici.
- Fosforo: limitare gli additivi contenuti nei cibi industriali, che spesso ne hanno molto.
- Potassio: attenzione a frutta e verdura ricche (banane, arance, patate, pomodori). Tecniche di cottura come la bollitura in abbondante acqua ne riducono la quantità.
- Sodio: massimo 5 g di sale al giorno.
- Liquidi: di solito 500 ml al giorno più la diuresi residua.
In pratica: bisogna evitare sia la malnutrizione che l’accumulo di tossine. È come camminare su un filo: se stringi troppo la dieta rischi di indebolirti, se la allenti troppo accumuli sostanze pericolose. Per questo il supporto di un dietista renale è fondamentale.
Attività fisica (intradialitica e a casa)
Muoversi fa bene anche (e forse soprattutto) a chi fa dialisi. Meta-analisi e RCT hanno dimostrato che l’attività fisica migliora:
- la capacità di camminare e muoversi,
- la pressione arteriosa,
- la qualità della vita percepita.
Alcuni studi segnalano persino un miglioramento della sopravvivenza con programmi di esercizio intradialitico strutturati [Heiwe & Jacobson, Am J Kidney Dis 2014].
Un esempio pratico: un’ora di pedaliera o esercizi leggeri durante la dialisi, tre volte a settimana, è stato studiato e si è dimostrato fattibile in molti centri.
Per spiegarla semplice: il corpo è come un ingranaggio. Se resta fermo troppo a lungo arrugginisce; se lo muovi un po’, con costanza, funziona meglio e più a lungo.
Vaccinazioni e anemia: due leve spesso trascurate
Vaccinazioni
Le vaccinazioni sono particolarmente importanti in dialisi perché il sistema immunitario è meno efficiente. Le raccomandazioni principali includono:
- Epatite B (HBV): con dosaggi più alti o più dosi rispetto alla popolazione generale. Esempio: Recombivax HB 40 µg a 0-1-6 mesi o Engerix-B 2 mL in 4 dosi.
- Influenza: una dose ogni anno.
- Pneumococco: secondo età e rischio (con schemi PCV13 e PPSV23).
In sostanza: infezioni che per altri possono essere gestibili, per un dializzato possono diventare pericolose o fatali.
Anemia e ferro
L’anemia è quasi sempre presente nei pazienti in dialisi. Le linee guida KDIGO 2021 consigliano di avviare ferro endovenoso (EV) se:
- TSAT ≤ 30% (indice di saturazione della transferrina),
- ferritina ≤ 500 ng/mL.
Questo aiuta a ridurre il fabbisogno di eritropoietina (ESA) e a correggere la carenza. La scelta della molecola EV, le dosi e i controlli devono essere personalizzati.
Per farla semplice: senza ferro sufficiente, l’eritropoietina non funziona bene e l’anemia resta. È come voler costruire una casa (globuli rossi) senza mattoni (ferro).
Innovazioni e strumenti aggiuntivi
Oltre a filtri e schemi di trattamento, ci sono sviluppi tecnologici che stanno entrando (o entreranno) nella pratica:
- Biofeedback (volume-sodio-temperatura): alcune macchine regolano automaticamente la rimozione di liquidi, il sodio o la temperatura, riducendo episodi di ipotensione. Gli studi sono eterogenei: alcuni mostrano benefici, altri neutralità.
- Telemonitoraggio: utile soprattutto per dialisi domiciliare e notturna, perché consente al team di controllare parametri a distanza.
- Rene artificiale indossabile (WAK): piccoli dispositivi portatili che hanno già funzionato in trial di 24 ore. Al momento sperimentali.
- Rene bioartificiale impiantabile: progetti come il Kidney Project (USA) stanno studiando dispositivi che combinano filtrazione e cellule renali vive. Siamo ancora in fase sperimentale, ma è una delle prospettive più rivoluzionarie.
In pratica: per ora sono prototipi, ma indicano che il futuro della dialisi potrebbe essere molto diverso da quello che conosciamo oggi.
Come parlare con il centro: domande intelligenti e verificabili
L’obiettivo non è “insegnare” ai medici, ma fare domande chiare e basate su dati. Questo aiuta a condividere le decisioni.
Tecnica depurativa
- Qual è la tecnica di default per me (HD ad alto flusso, HDF ad alto volume, HDx/MCO)? Qual è il razionale?
- Se facciamo HDF, quali volumi convettivi raggiungiamo mediamente? Possiamo aumentarli?
- Se HDx non è disponibile, ci sono piani per introdurlo o possibilità in altri ospedali?
Dose e fluidi
- Qual è il mio spKt/V medio? Se usiamo schemi diversi, come si calcola lo stdKt/V settimanale?
- Qual è la mia UFR media? Quante volte supero i 10–13 mL/kg/h? Possiamo allungare la seduta per ridurla?
Acqua e accesso
- Il dialisato è ultrapuro? Potete mostrarmi gli ultimi controlli (batteri <0,1 CFU/mL, endotossine <0,03 EU/mL)?
- Qual è il mio piano di vita dell’accesso (secondo KDOQI 2019)?
Stile di vita e prevenzione
- Possiamo programmare esercizio intradialitico di almeno 60 minuti a seduta?
- Il mio piano vaccinale è aggiornato (HBV, influenza, pneumococco)?
- Sono a target con ferro ed ESA?
In poche parole: sono domande che mettono il paziente al centro della cura, senza antagonismi.
Come funziona l’accesso alle tecnologie
In Italia i dispositivi dialitici (filtri, macchine) vengono acquistati tramite gare pubbliche o Accordi Quadro Consip. Ogni regione o azienda sanitaria attiva contratti in base ai lotti previsti, che hanno requisiti minimi e categorie.
Questo spiega perché in alcune regioni ci sia HDx e in altre no, o perché i centri abbiano tempi diversi nell’introdurre nuove tecnologie. È legittimo chiedere al proprio centro se ha aderito al bando vigente e quali dispositivi sono disponibili.
Per dirla semplice: è come se l’ospedale fosse un supermercato che può comprare solo da una lista di fornitori già approvata. Se un prodotto non è in quella lista, anche se esiste, non può essere comprato.
Conclusioni operative
- L’HDF ad alto volume è sostenuta da un RCT (ESHOL) che dimostra beneficio di sopravvivenza. Se disponibile, conviene chiedere se si raggiungono volumi adeguati.
- L’HDx con membrane MCO amplia la depurazione e mostra dati promettenti, ma ancora osservazionali. Utile sapere se il centro lo adotta.
- Mantenere l’UFR sotto 10–13 mL/kg/h riduce lo stress cardiovascolare: allungare le sedute può fare la differenza.
- Verificare l’uso di dialisato ultrapuro, fondamentale per ridurre infiammazione e per l’HDF.
- Pianificare l’accesso vascolare con un Life-Plan personalizzato.
- Curare alimentazione e attività fisica in modo strutturato.
- Aggiornare il calendario vaccinale.
- Conoscere il funzionamento di Consip e gare regionali, per capire quali opzioni sono realisticamente accessibili.
Fonti principali
- ERA Registry Annual Report 2022
- USRDS Annual Data Report 2022
- Locatelli F. Nephrol Dial Transplant, 2002
- ESHOL Trial – Maduell et al., JASN, 2013
- Schwenger et al., Kidney Int Rep, 2022
- Yilmaz et al., Blood Purif, 2020
- Maduell et al., Nephrol Dial Transplant, 2021
- Flythe et al., Kidney Int, 2011
- KDOQI Guidelines 2015, 2019, 2020
- Heiwe & Jacobson, Am J Kidney Dis, 2014
- CDC Adult Immunization Schedule 2025
- Consip, Accordi Quadro dispositivi medici
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