Kurzweil promette l’immortalità nel 2030. Ma per i malati renali il progresso non arriva mai

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Ormai si parla di immortalità come di un traguardo quasi a portata di mano, ma per i malati renali la realtà è ben diversa: il vero traguardo è vivere il più a lungo possibile mantenendo il proprio equilibrio clinico. Eppure, si dice che nel 2030 saremo immortali. O almeno, così sostiene Ray Kurzweil, informatico e futurologo americano, già direttore del reparto di ingegneria informatica presso Google e oggi coinvolto nello sviluppo di Gemini. Da anni, infatti, Kurzweil prevede che lo sviluppo dell’AI, delle nanotecnologie e delle biotecnologie possano realizzare una sorta di immortalità. Una previsione certamente affascinante. Ma in un certo senso, anche parecchio irritante.

Esatto, irritante. Perché mentre si parla di eliminare la morte, c’è chi ogni giorno lotta per guadagnare tempo, per sopravvivere nonostante il trapianto di rene, nonostante la dialisi, nonostante un’insufficienza renale. Insomma, per i malati renali, la promessa dell’immortalità suona più come una beffa che come un traguardo raggiungibile. La realtà è che oggi, un trapianto di rene da donatore deceduto ha una durata mediana di circa 12-15 anni, che può superare i 20 anni se da donatore vivente. Naturalmente esistono casi più brevi o più lunghi, ma questi sono gli intervalli più comuni osservati nelle statistiche internazionali.

Cosa intende davvero Kurzweil per “immortalità”?

Quando Kurzweil parla di immortalità, fa riferimento al concetto di “longevity escape velocity”, ovvero l’idea che la scienza, in futuro, sarà in grado di migliorare le cure mediche in modo talmente veloce da far guadagnare anni di vita. È bene precisare che lo stesso Kurzweil parla di questo scenario non come eliminazione della morte, ma come superamento della velocità attuale dell’invecchiamento, e che molti esperti restano scettici sulla realizzazione entro date così ravvicinate.

Facciamo un esempio per capirci meglio. Ogni anno che passa, tutti noi invecchiamo di 12 mesi. Al momento, nonostante i progressi della medicina, non siamo ancora in grado di rallentare davvero questo processo: si invecchia di un anno per ogni anno vissuto.

Ma immaginiamo che, in futuro, la medicina riesca ad aggiungere 4 mesi di vita per ogni anno che passa. In pratica, pur invecchiando di 12 mesi, ne “recupereremmo” 4, riducendo l’invecchiamento netto a 8 mesi.

Se i progressi diventassero ancora più rapidi e arrivassimo a guadagnare 12 mesi o più ogni anno, significherebbe che per ogni anno vissuto, la medicina ci restituirebbe un anno (o più) di vita. È questo il punto che Kurzweil chiama longevity escape velocity: da quel momento in poi, non invecchieremmo più. E in teoria, potremmo vivere indefinitamente, annullando l’effetto del tempo sul nostro corpo.

Come? Con l’avvento di cure e tecnologie futuristiche, come:

• nanobot che riparano tessuti e organi

• terapie senolitiche che eliminano le cellule vecchie, potenzialmente infiammatorie

• riprogrammazione cellulare per ringiovanire il corpo

• intelligenza artificiale biomedica per scoprire nuove cure in tempi record

Fantascienza? Forse no. Ma prima di guardare al domani, non varrebbe la pena concentrarci sull’oggi?

L’immortalità vista dai malati renali

Per chi affronta ogni giorno la vita con un rene trapiantato, in dialisi, o in generale con un’insufficienza renale, la notizia di un’ipotetica immortalità entro il 2030 non suona come una speranza. Suona come uno scherzo crudele, la visione patinata di un futuro che ignora chi, nel presente, combatte ogni giorno per stare bene (o, in alcuni casi, per restare vivo).

C’è chi si alza all’alba tre volte a settimana per affrontare ore di dialisi. Chi aspetta da anni una chiamata per il trapianto di reni, con il telefono sempre acceso, di giorno e di notte. Chi il trapianto lo ha già fatto, ma convive con farmaci dai pesanti effetti collaterali, controlli continui, stanchezza cronica e, soprattutto, paure che non vanno mai via. La vita dei malati renali è un’esistenza punteggiata sì da momenti positivi, ma anche da visite, esami, precauzioni. Ogni febbre può indicare un’infezione. Ogni dolore è un campanello d’allarme. Ogni pasto deve fare i conti con limiti e divieti. E ogni anno passato senza peggioramenti è vissuto come una piccola vittoria.

In questo contesto, dunque, sentir parlare di immortalità suona surreale. È come progettare la vita su Marte mentre qui, sulla Terra, qualcuno aspetta ancora un trapianto che forse non arriverà mai.

Di fronte a certe affermazioni, infatti, molti pazienti nefropatici provano scetticismo, rabbia o semplicemente indifferenza. Perché quando si lotta per ottenere terapie più sicure, farmaci rimborsabili, accesso a una dialisi più umana, l’idea dell’immortalità sembra un traguardo elitario, lontano anni luce dalla realtà. O, quantomeno, dalla realtà dei malati nefrologici.

Le condizioni peculiari dei malati renali

C’è un motivo ben preciso per cui l’idea dell’immortalità risulta tanto fastidiosa a chi soffre di malattie renali: perché questi pazienti vivono condizioni particolari, che li pongono in netto svantaggio rispetto agli individui sani. Ad esempio:

• l’infiammazione cronica che accompagna la malattia renale accelera l’invecchiamento biologico

• i trapiantati assumono farmaci immunosoppressori, come tacrolimus, everolimus, ciclosporina, con tutte le conseguenze del caso

• il rischio aumentato di infezioni e tumori

• i pazienti dializzati soffrono di stress ossidativo, squilibri metabolici, ipertrofia cardiaca e in media hanno una sopravvivenza a 5 anni inferiore al 50% oltre i 50 anni

• la dialisi sostituisce solo parzialmente la funzione del rene, causando un certo accumulo di tossine, come urea, creatinina, fosforo, acido urico, che hanno effetti negativi sull’invecchiamento cellulare

• le alterazioni del metabolismo del calcio e del fosforo portano a indurimento precoce delle arterie e a calcificazioni, che invecchiano l’elasticità del sistema vascolare

I nefropatici convivono tra l’altro con una condizione medica cronica instabile, che non li rende i soggetti ideali per la medicina predittiva o per le terapie anti-aging, che presuppongono un corpo in buone condizioni generali. Invece di cercare l’immortalità, quindi, sarebbe molto più opportuno concentrarsi su quei farmaci e quelle tecnologie che possono davvero cambiare la vita di dializzati e trapiantati.

Per i malati renali, cosa può fare la differenza?

Chi affronta una malattia renale cronica sa bene quanto valgono le piccole conquiste, quanto è importante vivere bene, mantenendosi in salute. E quindi è proprio da lì che dovremmo ripartire: non dal desiderio di vivere per sempre, ma di vivere meglio, adesso.

Ecco, quindi, alcune delle innovazioni più promettenti in campo nefrologico, già in uso o in fase avanzata di sperimentazione.

Belatacept: il farmaco che potrebbe cambiare la vita dei trapiantati

Meno tossico del tacrolimus e della ciclosporina, il Belatacept è un farmaco immunosoppressivo che ha minori effetti collaterali sul sistema cardiovascolare. E siccome i pazienti trapiantati devono assumere farmaci immunosoppressori per tutta la durata del trapianto, il Belatacept promette una migliore qualità di vita, mentre previene il rigetto. Va però somministrato tramite infusione endovenosa ogni 4-6 settimane e non è indicato in tutti i casi. Alcuni studi recenti segnalano anche un possibile aumento dei rigetti acuti nei primi mesi dopo la conversione.

Senolitici: i farmaci “anti-invecchiamento” che parlano anche ai reni

I senolitici sono farmaci sperimentali in grado di eliminare le cellule senescenti, ovvero le cellule vecchie, responsabili di infiammazioni e fibrosi. In studi preclinici, combinazioni di dasatinib e quercetina hanno mostrato risultati incoraggianti nella riduzione del danno renale, ma non esistono ancora dati definitivi sull’uomo. Le sperimentazioni sono in fase I, con piccoli numeri di pazienti.

Rapamicina a basse dosi: più che un immunosoppressore

La rapamicina, conosciuta anche come sirolimus, è già utilizzata in ambito trapiantologico per le sue proprietà immunosoppressive. A basso dosaggio, è stato dimostrato che sprigiona interessanti effetti antinfiammatori, anti-aging e antitumorali, sebbene gli studi siano ancora in fase iniziale e la tollerabilità a lungo termine non sia del tutto nota. I principali trial attivi sono condotti su adulti sani, non trapiantati.

Dialisi notturna

La dialisi notturna si svolge durante il sonno e dura tra le 6 e le 8 ore. Ciò consente una rimozione più lenta e continua di tossine e liquidi, con minori episodi di crampi, cali di pressione e affaticamento al risveglio. Il controllo di fosforo, potassio e pressione arteriosa risulta più stabile, con una possibile riduzione dei farmaci. Chi segue questo tipo di trattamento riferisce maggiore energia durante il giorno, sonno più regolare e un miglior equilibrio idrico. Ciò rende la dialisi meno invasiva e più compatibile con la vita quotidiana. Studi randomizzati (JAMA 2007) hanno mostrato benefici concreti anche sul volume cardiaco e sulla pressione arteriosa.

Bio-rene impiantabile: il sogno della dialisi senza macchine

Negli Stati Uniti, l’università UCSF sta sviluppando un rene artificiale impiantabile che coniuga materiali avanzati e cellule renali. L’obiettivo è realizzare un dispositivo che filtri il sangue 24 ore su 24, come un rene vero, ma senza bisogno di pompe esterne e tubi. Il progetto è ancora in fase preclinica, ma rappresenta un passo avanti nella ricerca.

Xenotrapianti da maiale: la nuova frontiera del trapianto

Per far fronte alla carenza di organi umani, sono stati effettuati con successo i primi trapianti di reni da maiali geneticamente modificati con la tecnica CRISPR, una procedura in grado di eliminare i geni responsabili del rigetto immediato. Al momento, la sopravvivenza osservata nei primi interventi umani si aggira intorno ai due mesi, ma può essere una valida soluzione per dare una seconda chance a chi, pur non avendo tempo, è intrappolato in una lunga lista di attesa per il trapianto.

Insomma, tutte queste cure e tecnologie sperimentali non regaleranno l’immortalità, ma di sicuro potrebbero migliorare la vita quotidiana, restituire autonomia, ridurre la sofferenza e, sì, allungare l’orizzonte temporale dei malati renali.

Cosa può fare chi soffre di malattie renali?

L’innovazione biomedica non deve servire solo a chi è già sano e vuole vivere più a lungo. Deve soprattutto restituire tempo, speranza e dignità a chi ha già pagato un prezzo altissimo. Per le persone con malattia renale, infatti, la priorità non è vivere per sempre, ma vivere meglio, adesso. E dunque, cosa può fare chi vive con una malattia renale, oggi? Ecco alcuni suggerimenti:

• tenere sotto controllo, oltre i valori relativi alla funzionalità renale, anche pressione, glicemia e colesterolo

• seguire una sana alimentazione e fare attività fisica moderata quando possibile

• valutare con il proprio nefrologo i farmaci alternativi come il belatacept

• informarsi su sperimentazioni cliniche, senolitici, rapamicina e rimanere aggiornati nell’ambito dei nuovi trattamenti e delle nuove opportunità

• seguire gli sviluppi su bio-rene e xenotrapianti, che potrebbero diventare realtà nel giro di pochi anni

• valutare, ove possibile, la dialisi peritoneale o l’emodialisi domiciliare, e considerare il trapianto da vivente

• smettere di fumare, monitorare l’assunzione di sodio e fosforo e restare in regola con le vaccinazioni (es. anti-COVID, anti-influenza, anti-pneumococco)

Insomma, va bene, un giorno, forse, l’uomo conquisterà l’immortalità. Ma la vita vera è oggi, quindi il mondo, prima ancora di sognare l’eternità, farebbe bene a soddisfare il legittimo desiderio di chi vuole solo avere più tempo da vivere. Bene, possibilmente.

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