Dal 28 giugno 2025 l’accessibilità digitale è diventata un obbligo cogente in tutta l’Unione Europea. È entrato infatti in vigore l’European Accessibility Act (EAA), la direttiva che impone requisiti uniformi di accessibilità per una serie di prodotti e servizi chiave (hardware, terminali self-service, e-commerce, banking, trasporti, ecc.). Le aziende – così come le pubbliche amministrazioni – devono garantire che i nuovi prodotti immessi sul mercato UE e i servizi forniti dopo tale data siano accessibili alle persone con disabilità, salvo limitate eccezioni (es. microimprese per alcuni servizi, contenuti digitali datati). Con la scadenza ormai superata, i decisori sono chiamati ad adeguarsi immediatamente per evitare sanzioni e clausole di esclusione dal mercato.
In questo contesto, molti sperano di “mettersi in regola” con soluzioni rapide e miracolose. Tra queste, hanno proliferato gli accessibility overlay: widget o toolbar basati su AI da installare con una riga di codice, promossi con la promessa di rendere un sito web immediatamente conforme agli standard (ADA, WCAG) e al riparo da azioni legali. La realtà è ben diversa. Questi strumenti rappresentano un pericoloso miraggio: possono mascherare qualche problema superficiale, ma non garantiscono affatto la piena conformità e anzi rischiano di far rimanere (o addirittura mettere) il sito fuori legge. Negli Stati Uniti si è visto chiaramente: nel 2024 circa il 25% dei siti citati in giudizio per inaccessibilità utilizzava proprio un overlay, che non ha impedito le cause. Addirittura, nel corso del 2025 la Federal Trade Commission è intervenuta sanzionando uno dei maggiori fornitori di overlay per pubblicità ingannevole sulle promesse di “accessibilità automatica”. Insomma, non esistono scorciatoie magiche: per ottenere davvero accessibilità e conformità normativa serve un percorso strutturato e approfondito. Vediamo quindi il quadro normativo e di standard di riferimento, perché gli overlay falliscono, e quale roadmap concreta seguire per arrivare a risultati tangibili.
Indice degli argomenti
- Quadro normativo europeo e standard di riferimento: Cosa prevede l’European Accessibility Act, ambito di applicazione (prodotti e servizi interessati) e scadenze. Il ruolo degli standard tecnici (WCAG, EN 301 549) per soddisfare i requisiti di legge.
- Overlay di accessibilità: il miraggio della conformità “automatica”: Cosa sono gli overlay (toolbar AI, widget) e come funzionano. Le promesse di marketing vs. la realtà: limiti tecnici intrinseci, esempi di fallimenti e testimonianze di utenti. Rischi di affidarsi a queste soluzioni (esperienza d’uso peggiorata, vulnerabilità legali e reputazionali).
- Roadmap verso un’accessibilità reale e sostenibile: Le fasi chiave per adeguarsi seriamente: audit e identificazione dei problemi, pianificazione degli interventi, correzione del codice e del design (remediation), testing con utenti e tecnologie assistive, rilascio e dichiarazione di accessibilità, formazione del team e integrazione dell’accessibilità nei processi, monitoraggio continuo della compliance.
- Procurement e governance: come assicurare l’accessibilità “by design”: Cosa devono fare le PA e le aziende nei bandi e contratti verso fornitori: specificare requisiti di accessibilità, chiedere VPAT e test di collaudo, inserire clausole e penali. L’importanza di nominare responsabili interni e di aggiornare le policy aziendali. Oltre la scadenza del 2025: checklist di azioni immediate (entro 30 giorni) per allinearsi all’EAA ed evitare soluzioni improvvisate.
Il quadro: EAA, scadenze, campo di applicazione
L’European Accessibility Act è la direttiva UE 2019/882 che definisce requisiti di accessibilità uniformi per una serie di prodotti e servizi ritenuti essenziali. Dopo il recepimento negli ordinamenti nazionali (in Italia con D.Lgs. 82/2022), le disposizioni sono diventate applicative dal 28 giugno 2025: da quella data possono essere immessi sul mercato UE solo prodotti e servizi accessibili (nei settori coperti). Il ventaglio è ampio: si va dai computer, smartphone e sistemi operativi, agli sportelli automatici (ATM, biglietterie), TV digitali, ebook reader, fino ai servizi di telecomunicazione, trasporto passeggeri, servizi bancari al consumo, e-commerce, numero d’emergenza 112, libri elettronici, ecc.. L’obiettivo è eliminare le barriere per le persone con disabilità nel mercato interno e unificare normative prima frammentate tra Stati membri. Sono previste alcune esenzioni mirate – ad esempio per le microimprese che offrono servizi (meno di 10 dipendenti e 2 mln € di fatturato) o per contenuti digitali pubblicati prima del giugno 2025 e non aggiornati – ma in generale l’EAA ha ormai un impatto trasversale su gran parte dell’industria digitale europea.
I requisiti di accessibilità previsti dall’EAA sono di carattere “funzionale” e high-level (es. un dispositivo deve avere comandi utilizzabili da persone con diversa abilità motoria, un servizio di ecommerce deve garantire alternative testuali per immagini, ecc.). Per attuarli concretamente, il riferimento principale è agli standard tecnici riconosciuti. In particolare, la normativa europea richiama le WCAG 2.1 (Web Content Accessibility Guidelines) del W3C come base per i contenuti web e mobile, e lo standard EN 301 549 v3.2.1 (2021) sviluppato da ETSI/CEN/CENELEC, che incorpora praticamente tutti i criteri WCAG 2.1 AA e li estende ad altri tipi di prodotti ICT. Già utilizzata per valutare l’accessibilità dei siti web pubblici, la EN 301 549 è diventata lo standard armonizzato ufficiale anche per l’Atto Europeo: la Commissione UE ha infatti incaricato gli enti di normazione di aggiornarla (versione 4.x) per allinearla ai nuovi requisiti EAA entro il 2026. In pratica, conformarsi alle WCAG 2.1 (e prossimamente 2.2) a livello AA, e rispettare i criteri della EN 301 549, è il modo più diretto per dimostrare la conformità all’EAA. Vale la pena sottolineare che queste linee guida non sono meri formalismi legali: adottarle significa rendere siti, app e dispositivi realmente più fruibili per tutti – obiettivo ultimo sia della normativa sia, auspicabilmente, delle strategie aziendali di inclusione digitale.
Perché gli overlay non mettono al riparo
Negli ultimi anni molte aziende, travolte dal tema dell’accessibilità, si sono affidate a soluzioni “plug-and-play” note come overlay di accessibilità. Si tratta di script di terze parti (generalmente forniti come servizi in abbonamento) da inserire nel proprio sito web per tentare di correggerne automaticamente alcune problematiche di accessibilità lato client. In genere aggiungono un pulsante o una toolbar che consente all’utente di regolare aspetti visivi (zoom del testo, contrasto, evidenziazione del focus, ecc.) e dichiarano di usare l’intelligenza artificiale per individuare e “riparare” errori nel codice al volo – ad esempio generando descrizioni testuali per immagini prive di alt, inserendo etichette a campi modulo non etichettati, ristrutturando alcuni elementi del DOM. Il messaggio di marketing è allettante: “Basta una riga di codice e il tuo sito diventa automaticamente ADA/WCAG compliant”. Purtroppo, si tratta di un’illusione pericolosa.
Promesse vs. realtà. Gli overlay possono dare l’impressione immediata di migliorare qualcosa – es. modificano i colori per aumentare il contrasto, o aggiungono alt text generati automaticamente su immagini senza descrizione – ma non risolvono la maggior parte dei problemi sostanziali di accessibilità. Studi indipendenti hanno rilevato che queste soluzioni automatizzate riescono a intercettare e correggere soltanto una piccola percentuale dei criteri WCAG violati, spesso meno del 30%: oltre il 70% delle barriere rimane inalterato e richiederebbe interventi manuali. Gli algoritmi di AI non “comprendono” veramente il contenuto e il contesto: ad esempio generano testi alternativi generici o inaccurati (un’immagine complessa descritta come “immagine potrebbe contenere: persona e cielo”), non possono giudicare se un link generico tipo “clicca qui” è adeguato, né riorganizzare la struttura delle intestazioni di una pagina se è caotica all’origine. Problemi come campi formulario senza etichetta, indicazioni di errore mancanti, tabelle mal formattate, sequenze di focus non logiche sono fuori dalla portata di uno script automatico. In sostanza l’overlay interviene su aspetti cosmetici o aggiunge fix superficiali, ma il codice sottostante resta lo stesso: se l’utente disattiva o aggira l’overlay (cosa facile usando ad-blocker o browser vecchi), riemergono tutte le inaccessibilità originarie.
Limiti tecnici intrinseci. I difetti strutturali degli overlay sono ben documentati dalla comunità di esperti. Un overlay, agendo lato client, non riesce a modificare contenuti generati dinamicamente dopo il caricamento iniziale: nei moderni siti “single-page application” (React, Angular, ecc.) molte componenti si aggiornano via script e sfuggono alle correzioni posticce. Gli overlay inoltre non toccano elementi esterni al puro HTML: PDF collegati, video e audio non sottotitolati, contenuti Canvas o SVG, plugin di terze parti – tutte parti che possono avere grosse barriere e rimangono fuori dal loro raggio d’azione. Spesso questi tool intervengono aggiungendo attributi ARIA o altre etichette a runtime, ma ciò avviene dopo che il sito si è caricato, rischiando effetti indesiderati: ad esempio, forzare il focus su elementi interattivi può rompere la logica di navigazione, oppure inserire markup aggiuntivo può confondere i lettori di schermo. Non sorprende che molti utenti con disabilità riportino esperienze negative: ad esempio, persone non vedenti hanno rilevato che alcuni overlay inondano la pagina di intestazioni fittizie (per segnalare sezioni o componenti), rendendo più difficile la navigazione con screen reader rispetto al sito originale non “alterato”. Altri riferiscono che attivando l’overlay certe funzionalità vanno in errore – pulsanti che non funzionano più, moduli che non si possono inviare via tastiera – introducendo quindi nuove barriere invece di eliminarne. Da non trascurare il capitolo mobile: molte toolbar di accessibilità non sono ottimizzate per schermi piccoli e finiscono per occupare mezzo display o sovrapporsi ai contenuti su smartphone, risultando inutilizzabili (un paradosso, dato che i dispositivi mobile sono fondamentali per l’accesso delle persone con disabilità). Infine, ci sono questioni di privacy e sicurezza: alcuni overlay per attivare modalità specifiche tentano di rilevare se l’utente sta usando una tecnologia assistiva (es. screen reader), potenzialmente carpendo informazioni sensibili sul suo stato; e includere uno script di terza parte che esegue modifiche sul DOM del sito può aprire vulnerabilità di sicurezza se il fornitore non è affidabile al 100%. In sintesi, gli overlay non affrontano la radice dei problemi e talvolta aggiungono complessità e rischi nuovi.
Falso senso di sicurezza (e rischi legali). L’argomento a favore degli overlay spesso non è tanto “migliora l’esperienza utente” (molti sanno che è discutibile), quanto “ti mette al riparo da guai legali”. Purtroppo è vero il contrario. Integrare uno di questi widget non ferma le possibili contestazioni, e anzi diversi casi mostrano che può attirarle. Negli USA – mercato che anticipa certe tendenze – nel 2024 circa il 25% di tutte le cause per l’accessibilità dei siti web ha riguardato siti che avevano installato un overlay. Gli avvocati dei querelanti citano l’overlay come ulteriore barriera: evidenziano che il gestore del sito era consapevole di problemi (altrimenti non avrebbe messo il widget), ma invece di risolverli li ha “nascosti sotto il tappeto” in modo inefficace. Uno scenario che espone a richieste di danni e accordi legali onerosi, vanificando l’investimento fatto nel tool miracoloso. La vicenda più clamorosa è quella di AccessiBe, uno dei maggiori vendor di overlay a livello globale: nell’aprile 2025 la Federal Trade Commission statunitense ha sanzionato l’azienda con una multa di 1 milione di dollari per pubblicità ingannevole. In pratica AccessiBe vantava sul suo sito e materiali di marketing che il proprio widget basato su AI potesse “rendere qualsiasi sito web conforme alle WCAG e alle norme ADA” garantendo protezione da cause – affermazioni ritenute false e prive di prove. L’ordine dell’FTC ora vieta a questa società di dichiarare che i suoi prodotti automatizzati “garantiscono” la conformità o forniscono immunità legale, a meno di non presentare evidenze concrete. Si tratta di un precedente importante (il primo intervento ufficiale su questi temi) che ha fatto il giro del mondo: sebbene riferito alla legislazione USA, l’eco del caso AccessiBe è arrivata anche in Europa e suona come un monito alle nostre organizzazioni.
Reputazione e consenso degli utenti. Da ultimo, va considerato l’impatto reputazionale. La comunità dei professionisti dell’accessibilità e molti utenti con disabilità hanno assunto una posizione dura contro gli overlay, definendoli esplicitamente una “falsa soluzione”. Una lettera aperta pubblicata online nel 2021 – firmata da oltre 400 esperti, sviluppatori e disability advocate – dichiara che nessun overlay può assicurare la piena conformità agli standard e invita aziende e enti a non utilizzare questi script, ma a investire invece nella correzione alla fonte dei problemi. Anche sui social e forum dedicati, le persone con disabilità segnalano di frequente frustrazione verso siti “imbellettati” con overlay: preferirebbero di gran lunga che il sito funzionasse correttamente di suo, senza bisogno di attivare modalità speciali o combattere con toolbar aggiuntive. Il rischio quindi è di essere percepiti come chi cerca una via facile invece di fare le cose per bene. In definitiva, gli overlay non migliorano l’esperienza inclusiva, non mitigano il rischio legale e rischiano di alienare proprio quegli utenti che si voleva includere. Le organizzazioni autorevoli – dal W3C all’American Foundation for the Blind – raccomandano concordemente un approccio opposto: “niente soluzioni quick-fix, l’accessibilità si costruisce con interventi strutturali e continui”. Vediamo come impostare questo percorso virtuoso.
Il percorso che funziona: roadmap in 7 passi
Se l’obiettivo è garantire davvero l’accessibilità di un servizio digitale (e la conformità alle norme), l’unica strada efficace è affrontare il problema all’origine, con un processo organizzato per fasi. Diverse guide pratiche – ad esempio quelle del W3C WAI sulla gestione dell’accessibilità – convergono su approcci simili. Di seguito una roadmap in sette passi che un’azienda o PA può seguire per ottenere risultati concreti (e duraturi):
- 1) Audit iniziale di accessibilità: avviare una verifica approfondita dei propri siti e applicazioni rispetto agli standard (WCAG 2.1/EN 301 549). L’audit dovrebbe combinare test automatizzati e valutazione manuale da parte di esperti, includendo se possibile utenti con disabilità reali. Il risultato sarà un rapporto dettagliato con l’elenco dei problemi riscontrati, la gravità e i criteri di successo WCAG violati.
- 2) Pianificazione e backlog di interventi: tradurre i risultati dell’audit in un piano d’azione operativo. Prioritizzare le issues identificate in base all’impatto sugli utenti e alla complessità tecnica, creando un backlog di attività. Assegnare responsabilità (developer, designer, content editor) e stimare le risorse necessarie. Identificare i quick win – ad es. correzioni facili ad alto beneficio, come aggiungere testi alternativi dove mancano – da effettuare subito, mentre si programmano interventi più strutturati nelle successive release.
- 3) Remediation sul codice e design: procedere a correggere le barriere emerse, intervenendo direttamente sul codice sorgente e sul design dell’interfaccia. Ogni modifica deve eliminare il problema alla radice (non limitarne gli effetti). Esempi: aggiungere descrizioni testuali significative alle immagini informative; rendere tutte le funzioni fruibili tramite tastiera (gestendo focus e tabindex nel DOM); correggere la struttura delle intestazioni in pagina affinché rifletta una gerarchia logica; garantire sufficiente contrasto colore per testi e componenti UI; fornire etichette testuali visibili e nascoste (ARIA) dove servono, ecc. È importante seguire le best practice di sviluppo inclusivo e sfruttare soluzioni native (HTML5, ARIA) invece di creare workaround personalizzati che potrebbero generare inconsistenze.
- 4) QA e test con utenti/AT: dopo le modifiche, svolgere un ciclo di collaudo focalizzato sull’accessibilità. Utilizzare strumenti automatici per una prima verifica di regressione, ma soprattutto condurre test manuali: navigare il sito con sola tastiera, usare lettori di schermo diffusi (NVDA, JAWS, VoiceOver) per accertarsi che tutti i contenuti e controlli siano annunciati correttamente, provare ingranditori e modalità ad alto contrasto, ecc. Idealmente coinvolgere alcuni utenti con diverse disabilità in sessioni di usability testing mirate. Questa fase permette di validare che i criteri WCAG siano stati soddisfatti e – cosa altrettanto importante – che l’esperienza d’uso sia davvero migliorata per il pubblico target. Eventuali bug residui emersi nei test vanno corretti prima del rilascio definitivo.
- 5) Rilascio e dichiarazione di accessibilità: applicare in produzione le correzioni implementate. Se si tratta di un sito pubblico, aggiornare di conseguenza la Dichiarazione di Accessibilità (obbligatoria per le PA ai sensi della Direttiva 2016/2102) indicando il nuovo livello di conformità e le eventuali limitazioni rimaste. Comunicare agli utenti le migliorie apportate – ad esempio con una news “Il sito X è da oggi più accessibile” – e predisporre un canale di feedback (es. un indirizzo email dedicato) per raccogliere segnalazioni di accessibilità. Questo favorisce la trasparenza e permette di intercettare problemi non individuati in fase di test.
- 6) Governance interna e formazione: affinché l’accessibilità sia sostenibile nel tempo, va integrata nei normali processi di sviluppo e acquisto. È utile nominare un responsabile interno dell’accessibilità (o creare un team dedicato) con il compito di definire linee guida, standard e procedure a cui i vari uffici dovranno attenersi. Vanno aggiornate le policy interne inserendo esplicitamente i requisiti di accessibilità: ad esempio prevedere che ogni nuovo sito o funzionalità debba rispettare le WCAG di riferimento. Organizzare sessioni di formazione per sviluppatori, designer, redattori di contenuti, al fine di accrescere le competenze su UX inclusiva, codifica semantica, uso di strumenti come validatori e simulatori di assistive tech. In breve, passare da un approccio “correggere dopo” a “progettare accessibile fin dall’inizio”.
- 7) Monitoraggio e miglioramento continuo: l’accessibilità non è uno stato raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo. È buona prassi effettuare audit periodici (es. una volta l’anno) sul sito/app, magari affidandosi a valutatori esterni per avere un controllo indipendente. Si possono implementare anche scanner automatici ricorrenti su un insieme di pagine chiave per intercettare regressioni (ad esempio nuovi contenuti inseriti senza rispettare gli standard). Analizzare i feedback ricevuti dagli utenti con disabilità e tenerne conto nelle roadmap di prodotto. Inoltre, rimanere aggiornati sull’evoluzione delle linee guida: ad esempio, il passaggio a WCAG 2.2 o futuri standard (WCAG 3) potrà introdurre nuovi criteri da rispettare. Questo ciclo di monitoraggio assicura che la conformità venga mantenuta e migliorata nel tempo, e che l’organizzazione continui a rendere i propri servizi fruibili al più ampio pubblico possibile.
Seguendo i passi di questa roadmap – che richiede impegno interdisciplinare, dal reparto IT al content management – si può raggiungere un’accessibilità reale, andando oltre la logica del “tick the box” e portando benefici concreti agli utenti. Vale la pena notare che tali attività si allineano anche ai principi ESG e agli obblighi di responsabilità sociale: investire in accessibilità significa investire in qualità, innovazione e inclusività. Non a caso, molte organizzazioni di settore insistono su questo punto: ad esempio l’American Foundation for the Blind “raccomanda fortemente di non usare script di terze parti per rattoppare l’accessibilità, ma di costruirla nei propri processi di sviluppo sin dall’inizio”. In definitiva, la vera “soluzione” ai problemi di accessibilità non è un widget miracoloso ma una gestione matura e proattiva della qualità del proprio ecosistema digitale.
Procurement e contratti: cosa pretendere da fornitori e agenzie
L’accessibilità by-design non riguarda solo i progetti sviluppati internamente, ma anche (e soprattutto) quelli affidati a fornitori esterni. Per questo riveste un ruolo cruciale il procurement: bandi di gara, contratti e capitolati tecnici dovrebbero includere esplicitamente requisiti di accessibilità, così da “vincolare” sin dall’inizio le aziende fornitrici a rispettarli. Questa non è solo una buona pratica, ma già un obbligo di legge per il settore pubblico: la Direttiva UE 2014/24 sugli appalti pubblici stabilisce all’art. 42 che nelle specifiche tecniche vanno inseriti requisiti di accessibilità per tutti i beni e servizi destinati al pubblico (salvo casi debitamente motivati). Anche in Italia ciò è recepito da tempo (si pensi alla “Legge Stanca” e al CAD) ed è soggetto a vigilanza da parte di AgID. Con l’entrata in vigore dell’EAA, questo principio diventa ancora più stringente: dal 2025, per tutti i prodotti e servizi coperti dall’Atto, le amministrazioni devono acquistare solo soluzioni accessibili, pena il rischio di non conformità e sanzioni.
Come tradurre questo in pratica? Ecco alcuni punti chiave che un ente appaltante (o un’azienda che commissiona sviluppo software) dovrebbe inserire nei contratti e capitolati relativi a siti web, applicazioni o piattaforme digitali:
- Requisiti tecnici espliciti: indicare chiaramente che il prodotto/servizio dovrà essere conforme agli standard di accessibilità applicabili, ad esempio “rispetto delle WCAG 2.1 livello AA ed equivalenti requisiti della EN 301 549”. Possibilmente riferirsi alla normativa vigente (per le PA italiane il D.Lgs. 106/2018 e il D.Lgs. 82/2022) e all’EAA, così che il fornitore sappia di doversi allineare a quei criteri obbligatori.
- Valutazione dell’offerta sul piano accessibilità: prevedere nei punteggi di gara o nei criteri di aggiudicazione elementi premianti legati all’accessibilità. Ad esempio chiedere ai candidati di descrivere l’approccio che useranno per garantire l’accessibilità (metodologie di sviluppo inclusivo, tool di test, eventuale coinvolgimento di utenti con disabilità nelle verifiche) e valutare la solidità di tale piano. In questo modo si incentiva chi prende sul serio l’accessibilità e si scoraggia l’atteggiamento “facciamo il minimo sindacale”.
- Evidenze di conformità e collaudo finale: inserire la consegna di un report di accessibilità come deliverable contrattuale. Può essere un VPAT (Voluntary Product Accessibility Template) o una dichiarazione di conformità secondo lo standard europeo, che elenchi uno per uno i criteri WCAG/EN 301 549 soddisfatti o meno. Inoltre, specificare che il collaudo finale includerà una verifica di accessibilità: il prodotto sarà accettato solo se supera test basati sui requisiti concordati. In caso contrario il fornitore dovrà porre rimedio a sue spese prima del pagamento finale.
- Clausole di garanzia e mantenimento: prevedere obblighi post-consegna a carico del fornitore, ad esempio una garanzia di X mesi durante i quali se emergono nuove inaccessibilità dovranno essere corrette. Stabilire penali o possibilità di risoluzione del contratto se il fornitore non adegua il prodotto ai requisiti entro tempi concordati. Inoltre, per servizi a lungo termine (es. forniture cloud, software in abbonamento) inserire clausole che impegnino il vendor a mantenere il prodotto conforme nel tempo, aggiornandolo in base a nuove linee guida o normative. Questo tutela l’acquirente da regressioni future e trasferisce al fornitore la responsabilità continua sulla conformità.
Oltre al contratto in sé, è importante instaurare col fornitore un dialogo costruttivo sull’accessibilità. Ad esempio, prevedere milestone intermedie nel progetto in cui vengono mostrati prototipi per una verifica preliminare, coinvolgere eventualmente un esperto di accessibilità “di parte acquirente” nei meeting di avanzamento, e far capire sin dall’inizio che il tema è prioritario. Quando i fornitori percepiscono che il cliente è competente e attento all’accessibilità, saranno più incentivati a investire tempo e risorse per fare un buon lavoro. Al contrario, se il tema non viene quasi menzionato, c’è il rischio che venga trascurato. In definitiva, comprare accessibile è un atto sia di conformità normativa sia di leadership di mercato: la PA, in particolare, grazie al suo potere di acquisto può spingere l’industria verso soluzioni inclusive, generando un impatto positivo ben oltre il singolo progetto.
Checklist in 10 righe
- Verificare se i propri prodotti/servizi rientrano nel campo dell’EAA (obblighi in vigore dal 28/6/2025)
- Adottare da subito gli standard di accessibilità riconosciuti (WCAG 2.1 AA ed EN 301 549) come riferimento per design e sviluppo
- Non affidarsi a soluzioni “overlay” come scorciatoia per la compliance: nessun widget automatico garantisce piena conformità
- Effettuare un audit di accessibilità sui siti/app esistenti per mappare i principali gap e le violazioni delle WCAG
- Definire un piano di remediation con priorità, assegnazione task e scadenze per correggere le inaccessibilità riscontrate
- Integrare test con utenti disabili e con tecnologie assistive nel ciclo di sviluppo, per validare l’usabilità reale (oltre ai test automatici)
- Nei nuovi contratti di acquisto/sviluppo ICT, inserire requisiti di accessibilità e chiedere evidenze di conformità (VPAT, report)
- Formare il team interno (dev, designer, redattori) sulle linee guida e le tecniche di accessibility by-design
- Designare un referente (o team) per l’accessibilità, responsabile di coordinare e monitorare le iniziative in materia
- Implementare un monitoraggio periodico (scanner automatici, audit annuali) per assicurare la continuità della conformità
Tre azioni entro 30 giorni
- Mappatura immediata dei propri siti e servizi digitali. Scegliere almeno un sito o applicazione rappresentativa e condurre entro un mese un mini-audit sull’accessibilità, anche usando tool automatici gratuiti per una prima analisi. Otterrete una lista di problemi ricorrenti e un quadro oggettivo da cui partire, sensibilizzando al contempo il team sull’importanza del tema.
- Stop alle “pezze” e focus sulle soluzioni strutturali. Se la vostra organizzazione ha installato overlay o widget di “accessibilità automatica”, valutate di disattivarli in via sperimentale (magari su una sezione del sito) e raccogliere il feedback degli utenti reali. Parallelamente, istituite un gruppo di lavoro interdisciplinare (IT, UX, content, legale) incaricato di redigere un piano di remediation: concentratevi su come risolvere i problemi alla radice (codice, design, contenuti) invece di nasconderli. Anche piccoli miglioramenti incrementali – es. aggiungere alternative testuali mancanti entro le prossime 2 settimane – sono passi concreti nella direzione giusta.
- Allineare subito contratti e policy interne all’European Accessibility Act. Nei nuovi contratti ICT che state per sottoscrivere (es. sviluppo di un sito, fornitura software, servizi cloud) inserite obblighi chiari di conformità alle WCAG 2.1 e alle norme nazionali di accessibilità. Pretendete dai fornitori un piano su come raggiungeranno la compliance e riservatevi la verifica finale. Parallelamente, diffondete all’interno un promemoria sul fatto che dal 2025 l’accessibilità è diventata “non negoziabile”: tutti – dai dirigenti al team di progetto – devono esserne consapevoli. Identificate un referente interno per coordinare l’adeguamento all’EAA e pianificate una breve sessione formativa (anche solo un webinar) entro il prossimo mese per iniziare a costruire competenze di base nel personale.
Fonti
- Fonte 1: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019L0882
- Fonte 2: https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/accessibility-of-products-and-services.html
- Fonte 3: https://www.etsi.org/human-factors-accessibility/en-301-549-v3-the-harmonized-european-standard-for-ict-accessibility
- Fonte 4: https://www.w3.org/WAI/standards-guidelines/wcag/
- Fonte 5: https://overlayfactsheet.com/
- Fonte 6: https://www.afb.org/blog/entry/accessibility-overlay-promises-and-pitfalls
- Fonte 7: https://www.accessibility.works/blog/avoid-accessibility-overlay-tools-toolbar-plugins/
- Fonte 8: https://www.ftc.gov/news-events/news/press-releases/2025/01/ftc-order-requires-online-marketer-pay-1-million-deceptive-claims-its-ai-product-could-make-websites
- Fonte 9: https://www.agid.gov.it/en/node/326
- Fonte 10: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32014L0024
- Fonte 11: https://www.w3.org/WAI/planning-and-managing/
- Fonte 12: https://universaldesign.ie/communications-digital/european-accessibility-act